Il metodo MomSpeaking

Il giapponese
che viene da sé

Dalla grammatica di base alla scioltezza: la strada più efficace

11 min di lettura19 fonti

Un cantante nato canta e basta.

Un corridore nato corre e basta.

E un poliglotta nato?

Con le lingue straniere,
nessuno nasce imparato.

Non c’è un motivo particolare per cui in giapponese il cane si chiami inu (犬). Tra il suono e il significato non c’è alcun legame necessario: è quella che il linguista Ferdinand de Saussure chiamava l’arbitrarietà del segno (Saussure, 1916). E dove non c’è un motivo, il talento non ha niente da intuire. Ogni parola, ogni elemento di grammatica va ascoltato e imparato, uno per uno. Solo per il livello più alto del vecchio Japanese-Language Proficiency Test (JLPT) servivano circa 10.000 parole (Japan Foundation & JEES, 2002).

Per questo chiunque arrivi a parlare con scioltezza ci arriva allo stesso modo: con tantissime ore di pratica. Il talento cambia la velocità con cui si avanza, non la strada da fare. Resta una sola domanda.

Qual è il metodo
più efficace?

La conversazione è la partita

Perché allenarsi con un tutor è meno efficace di quanto sembri

«Le lingue si imparano parlando», si dice. Così, finita la grammatica di base, molti iniziano a fare pratica sul serio con un madrelingua o con un tutor IA. È un’esperienza preziosa. Ma non è il modo più efficace per passare al livello successivo, per tre motivi.

1Il tutor non vede la tua mappa di apprendimento

Per mappa di apprendimento non intendiamo etichette vaghe come «principiante», «intermedio» e «avanzato». Intendiamo dati concreti: tutte le parole e le strutture grammaticali da imparare e l’importanza di ciascuna; quali conosci e quali no; quando le hai viste l’ultima volta e quali stai per dimenticare. Nessun tutor, umano o IA, ti parla con questa mappa aperta davanti. Le parole che incontri sono lasciate al caso: quelle che sai già tornano di continuo, e quelle che dovresti imparare adesso non arrivano quando servono.

2Puoi dire solo quello che hai già

Quando non ha niente a cui attingere, chi studia gira alla larga dall’espressione che non conosce, oppure traduce in testa dalla propria lingua e ci incastra dentro parole giapponesi. Già negli anni Settanta si è osservato che chi impara una lingua, più che sbagliare le strutture difficili, spesso le evita del tutto (Schachter, 1974). E le frasi costruite traducendo a mente possono sembrare giuste a prima vista, ma molto spesso non è così che parla un giapponese.

Certo, il tutor può correggerti. Ma quando bisogna tenere viva la conversazione, la correzione funziona meno di quanto si pensi. In uno studio che ha osservato lezioni vere, la correzione più frequente, cioè riformulare in modo corretto la frase dello studente, era proprio quella che portava meno spesso lo studente a correggersi da solo (Lyster & Ranta, 1997).

Conviene invertire l’ordine. Prima ascolta frasi corrette e ripetile abbastanza: al momento giusto, quelle che ti verranno fuori saranno frasi corrette. È così che un bambino impara la lingua materna: ripetendo le parole della mamma.

3La partita serve a chi ha i fondamentali

Quello che ricavi da una conversazione dipende da quello che ci porti. Succede lo stesso nello sport: un giocatore senza fondamentali solidi può giocare partita dopo partita e restare comunque fermo allo stesso livello. Nelle ricerche dello psicologo Anders Ericsson su studenti di violino di un’accademia musicale di Berlino, a distinguere i livelli non erano le ore passate semplicemente a suonare, ma quelle di pratica deliberata: lavoro da soli, mirato ai propri punti deboli (Ericsson et al., 1993). Se hai un obiettivo, giocare non basta: serve un allenamento serio.

Le partite si vincono in allenamento.

Di che cosa è fatta la fluidità

Perché conosci la grammatica e ti blocchi lo stesso

La grammatica la conosci. Di parole ne sai parecchie. Eppure, quando è il momento di parlare, ti blocchi. È il cruccio più comune di chi ha finito le basi, e la risposta sta nel modo in cui parlano davvero i madrelingua.

1I madrelingua non costruiscono le frasi da zero

I linguisti Andrew Pawley e Frances Syder hanno notato che le regole della grammatica, da sole, non bastano a spiegare la scioltezza di un madrelingua (Pawley & Syder, 1983). Chi parla la propria lingua non mette insieme ogni frase parola per parola seguendo le regole: tira fuori interi blocchi già sentiti e detti innumerevoli volte. Per questo è veloce, e per questo suona naturale.

Per chi parla italiano, è un problema molto concreto. Se hai imparato 弾く come «suonare», il giorno in cui vorrai dire che suoni il flauto ti uscirà フルートを弾く. Ma il flauto non si suona con le dita: ci si soffia dentro. In giapponese si dice フルートを吹く. Quel 吹く non lo troverai accanto a «suonare» in nessun elenco di vocaboli. Vive soltanto nelle frasi.

  • suono il piano ピアノを弾く
  • suono il flauto フルートを吹く
  • suono i bonghi ボンゴを叩く
  • suona il timer タイマーが鳴る
Figura 1In italiano il verbo è sempre lo stesso. In giapponese cambia a seconda di come nasce il suono, e a volte cambia anche la particella. Una voce come «弾く = suonare» non ti dice quando vale. Solo le frasi lo dicono.

“You shall know a word by the company it keeps.”

Una parola si riconosce dalla compagnia che frequenta. — J. R. Firth, linguista (Firth, 1957)

È il «dimmi con chi vai e ti dirò chi sei», applicato alle parole. Ecco perché MomSpeaking insegna sempre le parole dentro le frasi: studiando sulle frasi, impari in un colpo solo tutto ciò che ogni parola si porta dietro: particelle, coniugazioni, posto nella frase.

2I madrelingua non traducono

Quello che impari da un libro di grammatica è un sapere che sai spiegare. Per parlare serve un sapere che sai usare senza pensarci. E a trasformare l’uno nell’altro non è capire meglio, ma fare tanta pratica. Man mano che la pratica si accumula, il tempo, gli errori e l’attenzione che il compito richiede diminuiscono, e il sapere diventa a poco a poco automatico (DeKeyser, 2007).

Il filtro della traduzione che hai in testa sparisce allo stesso modo. All’inizio, quando senti 弾く, ti viene in mente prima «suonare», e solo dopo il senso. Più padroneggi la lingua, più il giapponese ti porta dritto al senso (Kroll & Stewart, 1994).

Quando lo impari

Il percorso che va dalla parola giapponese 弾く al senso passando per la parola italiana «suonare» è spesso; il percorso diretto verso il senso è sottile. senso 弾く suonare

Man mano che progredisci

Il percorso diretto dalla parola giapponese 弾く al senso è spesso; quello che passa per l’italiano è sottile. senso 弾く suonare
Figura 2Versione semplificata del modello gerarchico rivisto della memoria bilingue (Kroll & Stewart, 1994). All’inizio una parola giapponese arriva al suo senso passando per la traduzione italiana. Con la pratica, ci arriva direttamente.

È una moltiplicazione, non una somma. Se conosci tante frasi ma ci metti un’eternità a ritrovarle, la conversazione si inceppa. Se sei veloce ma non hai niente da dire, resta povera. E aspettare che l’una o l’altra crescano per caso, una conversazione dopo l’altra, è troppo lento. Vanno allenate tutte e due, a parte e intensamente.

Lo shadowing e i suoi due punti deboli

Quando un metodo collaudato si usa a occhio

Ascoltare, richiamare il senso, ripetere ad alta voce. Lo shadowing è un metodo usato da tempo per imparare le lingue, e la ricerca ne conferma l’efficacia. Ripetere ciò che si sente nell’istante stesso in cui lo si sente ha migliorato la capacità di distinguere con precisione i suoni della lingua (Hamada, 2016), e i ricercatori descrivono lo shadowing come un ponte tra l’ascolto e il parlato (Kadota, 2019). Parte da frasi corrette e te le fa ripetere ad alta voce, una alla volta: soddisfa quindi tutte le condizioni viste finora. Ma lo shadowing fatto a occhio perde buona parte della sua efficacia.

1Il materiale non è fatto per te

Se hai mai provato a fare shadowing su una scena di un anime o di una serie TV, sai come va a finire. Con troppe parole sconosciute diventa un’imitazione di suoni senza significato. Con frasi che conosci già, non ti resta niente di nuovo. Gli studi più noti lo quantificano: per capire un testo da soli bisogna conoscerne circa il 98% delle parole (Hu & Nation, 2000), e per seguire un discorso circa il 95% (van Zeeland & Schmitt, 2013). In altre parole, appena le parole sconosciute superano una su venti, la comprensione comincia a vacillare.

Il linguista Stephen Krashen ha chiamato l’input migliore i+1: quello che sta un solo passo oltre il tuo livello attuale (i) (Krashen, 1985). Che il materiale su cui fai shadowing sia proprio i+1 per te, nel momento in cui lo studi, è poco probabile.

2Perdi il momento giusto per ripassare

A parità di ripetizioni, distribuirle su più giorni fa durare il ricordo molto più a lungo che concentrarle in una sola seduta. È l’effetto spaziatura, uno dei risultati più solidamente replicati nella ricerca sulla memoria, dai tempi di Hermann Ebbinghaus, famoso per la curva dell’oblio (Ebbinghaus, 1885). Un’analisi di oltre 300 esperimenti arriva alla stessa conclusione (Cepeda et al., 2006).

Figura 3La curva dell’oblio e la ripetizione dilazionata, in forma di schema (non sono dati reali). Ogni volta che ripassi poco prima di dimenticare, il ricordo svanisce più lentamente e l’intervallo fino al ripasso successivo si allunga.

Il problema è la scala. Quando le frasi da imparare diventano migliaia, e poi decine di migliaia, decidere che cosa ripassare e quando va oltre ciò che chiunque riesca a gestire a mano.

Scegliere che cosa studiare e quando ripassarlo perché si fissi nella memoria a lungo termine:
sono calcoli troppo grandi per farli a mano.
MomSpeaking li fa per te.

Uno shadowing tutto su misura

Come MomSpeaking sceglie una frase

Quello che fa MomSpeaking si riassume in una frase: sceglie la frase giapponese più efficace per te, in questo preciso momento. Per farlo, il suo motore fa quattro cose.

Parole
14.000+
Frasi di esempio
140.000+
Strutture grammaticali
900+

1Disegna la mappa del giapponese

Abbiamo classificato e ordinato oltre 14.000 parole secondo il livello JLPT e la frequenza con cui si usano davvero. Una piccola parte di parole molto frequenti copre la maggior parte di ciò che si dice nella conversazione di tutti i giorni (Zipf, 1949), quindi imparare le parole in ordine di frequenza è il modo di ricavare il massimo dallo stesso tempo di studio (Nation, 2013).

2Tiene traccia di te

Si studia per frasi, ma si registra per parole. Dopo aver fatto shadowing su una frase, dici all’app com’è andata; quel segnale si distribuisce sulle parole della frase, e i tuoi dati di studio si accumulano parola per parola: quando l’hai studiata l’ultima volta, quanto è difficile per te, quanto è solido il ricordo e quando rischia di svanire. Lo stato di ogni ricordo viene stimato con FSRS, un algoritmo di ripetizione dilazionata nato da una ricerca che ha modellato l’evoluzione della memoria su oltre 200 milioni di dati di studio reali (Ye et al., 2022).

3Sceglie la frase successiva migliore

Quando il motore di apprendimento sceglie la tua prossima frase, guarda la tua mappa di apprendimento e ne prende una che ti porti appena un po’ più in là di dove sei adesso.

Parola da imparare

辺りあたりdintorni, vicinanze

340ª parola della mappa di apprendimento · Presente in 227 frasi di esempio

  1. 日没とともに、あたりは闇に包まれた。

    Con il tramonto, tutto intorno è sprofondato nel buio.

    4parole sconosciute

  2. あたりを見回しても誰もいませんでした。

    Mi sono guardata intorno, ma non c'era nessuno.

    1parola sconosciuta

  3. この辺りは店が少ない。

    In questa zona ci sono pochi negozi.

    0parole sconosciuteScelta

Figura 4Come scegliere la frase con cui insegnare la 340ª parola, 辺り, a chi conosce già le 339 precedenti. Sono tutte e tre vere frasi di esempio di MomSpeaking. Il motore vero tiene conto anche di quante parole stai ancora imparando, se hai sentito una frase di recente e se con sé può portare parole da ripassare.

In una frase scelta così di solito c’è una sola parola sconosciuta, e tutto il resto diventa il contesto che ti aiuta a capirla. È l’i+1 di Krashen, ricalcolato a ogni scheda sui tuoi dati.

4Ripassi al momento giusto

Le parole che hai imparato tornano per il ripasso nel momento migliore: all’inizio a intervalli brevi, poi a distanza di giorni, settimane e mesi, man mano che il ricordo si consolida. Ritrovare una parola in un contesto nuovo, proprio al momento giusto: è questo che trasforma una parola che sai a memoria in una che sai usare senza pensarci.

Mentre tu migliori,
anche il motore di apprendimento diventa più forte.

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Bibliografia

  1. Cepeda, N. J., Pashler, H., Vul, E., Wixted, J. T., & Rohrer, D. (2006). Distributed practice in verbal recall tasks: A review and quantitative synthesis. Psychological Bulletin, 132(3), 354–380. https://doi.org/10.1037/0033-2909.132.3.354
  2. DeKeyser, R. (2007). Skill acquisition theory. In B. VanPatten & J. Williams (Eds.), Theories in second language acquisition: An introduction (pp. 97–113). Lawrence Erlbaum.
  3. Ebbinghaus, H. (1885). Über das Gedächtnis: Untersuchungen zur experimentellen Psychologie. Duncker & Humblot.
  4. Ericsson, K. A., Krampe, R. T., & Tesch-Römer, C. (1993). The role of deliberate practice in the acquisition of expert performance. Psychological Review, 100(3), 363–406. https://doi.org/10.1037/0033-295X.100.3.363
  5. Firth, J. R. (1957). A synopsis of linguistic theory, 1930–1955. In Studies in linguistic analysis (pp. 1–32). Blackwell.
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  17. van Zeeland, H., & Schmitt, N. (2013). Lexical coverage in L1 and L2 listening comprehension: The same or different from reading comprehension? Applied Linguistics, 34(4), 457–479. https://doi.org/10.1093/applin/ams074
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  19. Zipf, G. K. (1949). Human behavior and the principle of least effort. Addison-Wesley.